Il “Teatro di Calabria Aroldo Tieri” porta in scena “La locandiera” all’Auditorium

Un pacato fascio di luce illumina il palco creando una penombra aurea e concede l’intimità di una scena che incontra i sentimenti del pubblico; costumi, scenografia, personaggi: l' Auditorium “Casalinuovo” di Catanzaro, in un venerdì sera tutt’altro che primaverile, offre “la” Commedia. Ne “La locandiera”, il Teatro di Calabria 'Aroldo Tieri' punta a confrontarsi con quello che può essere considerato il capolavoro di uno dei padri della Commedia Moderna, Carlo Goldoni, inscenando con sagacia uno spettacolo divertente che, nonostante gli oltre due secoli trascorsi dalla sua stesura (scritta tra il 1750 e il 1753), si dimostra sempre attuale. L’opera, curata dal professor Luigi La Rosa e diretta dal maestro e regista Aldo Conforto, ha coinvolto la platea catanzarese con effervescenza e perspicacia e, seppur ridotta negli atti, ha lasciato intatto il ritmo incalzante della trama, mantenendo l’essenzialità della forma originale che adopera l’azione mimica e scenica, traducendola in un dialogo dinamico dove la cornice di una scenografia semplice ma d’impatto ritrae alla perfezione ambienti e personaggi.
In un’ora di spettacolo si ha l’opportunità di entrare personalmente a contatto con Mirandolina, l’attraente locandiera interpretata da un’ottima Anna Macrì, che si cala egregiamente nel personaggio della protagonista, intorno alla quale orbitano le altre figure, come le api intorno al miele. Quindi la storia di Mirandolina che un po’ “strizza l’occhio” senza mai cedere ai ripetuti tentativi di approccio degli uomini che si fermano presso la sua locanda, in questo scorcio settecentesco. Tra loro, il Conte di Albafiorita (Paolo Formoso), che decanta con vanagloria la sua ricchezza durante gli scambi di vedute con il Marchese di Forlimpopoli, un uomo altrettanto superbo (ma con poco denaro): Aldo Conforto, nei panni del marchese, propone un personaggio totalmente invaghito della bella locandiera, al cospetto della quale si mostra goffo e per questo anche un po’ tenero, con un’ingenuità quasi fanciullesca nel rendersi disponibile a qualsiasi eventuale richiesta dell’abile Mirandolina. La donna in realtà sfoggia la sua maestria nel sedurre gli uomini, al solo fine di tutelare i propri interessi, per garantirsi una vita agiata e mantenere la sua libertà, lasciando intendere di “poter fare all’amore” con ognuno di loro, ma disilludendoli puntualmente. In questa trappola cade anche il Cavaliere di Ripafratta, nelle cui vesti si è calato Salvatore Venuto, offrendo un personaggio che palesa arroganza, narcisismo e misoginia, con un innato senso di rifiuto verso le donne, comportamento che lo porta ad irridere gli altri due uomini infatuati dalla bella locandiera. A completare i personaggi, Fabrizio, il cameriere di locanda, interpretato dalla giovane Mariarita Albanese, che con grande maturità e  versatilità si è calata in un ruolo non marginale come quello di un giovane a volte un po’ scorbutico, ma comunque servizievole e fedele alla sua padrona. Mirandolina metterà a dura prova l’orgoglio maschilista del Cavaliere, allo scopo di attuare una singolare rivincita sull’irremovibile antifemminista, inizialmente ligio alle sue “regole da uomo”, il quale, rendendosi conto pian piano di essere rimasto inebriato dal suo fascino, vede dietro a ciò la mano del diavolo (“Sono caduto nella trappola, ora scatenerò l’inferno! Mirandolina dovrà essere mia”). Una serata leggera, in uno sfondo dove disparità sociali e conflitto tra i sessi trovano probabilmente un punto d’incontro, reso possibile grazie all’intervento del Teatro di Calabria Aroldo Tieri.

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